Il body horror diventa un mezzo per mostrare qualcosa di più spaventoso della carne umana che si lacera: la società.


Remember you are one!

Era già chiaro fin da Revenge che il cinema di Coralie Fargeat fosse orientato verso le donne, aggiungendo però anche un labile quesito, che porta lo spettatore a chiedersi, “e se…?”. In Revenge scatta quella domanda sbagliata, che passa nella mente delle persone, un pensiero involontario che cerca quasi di trovare un senso all’azione. Se Jen non si fosse messa a ballare in maniera provocate, lo stupro sarebbe avvenuto? Ma basta un attimo, un “perché voi donne dovete sempre reagire, invece che subire passivamente”, capire a mente lucida che NULLA giustifica un atto così disumano, per pentirsi di quel “e se…?”. In The Substance, la regista ci mette di fronte un altro “e se…?”. Se la società non imponesse un canone di bellezza, tu cercheresti una versione migliore di te?


Trama:

Hai mai sognato una versione migliore di te? Sei sempre tu. Semplicemente migliore, in ogni senso. Davvero. Devi provare questo prodotto rivoluzionario. Si chiama “The Substance”. Ti cambia la vita. Genera una nuova versione di te. Una versione più giovane, più bella, una versione perfetta. C’è solo una regola: vi dovete dividere il tempo. Una settimana sta alla vecchia versione di te. Quella dopo sta alla nuova. Sette giorni a testa. Un equilibrio perfetto, basta ricordarsi di fare lo switch.


Immaginate di essere un’icona di bellezza, una star amata da tutti. Non è, forse, il desiderio di ogni donna? Alzarsi la mattina con i capelli in ordine e il viso fresco, quante volte abbiamo visto questa scena in un film e desiderato di essere perfette sempre e comunque. Ma è un attimo, l’età avanza, l’idea di bellezza cambia, c’è un esigenza di rinnovamento generale, l’occhio brama il bello. Le luci si spengono e una voce urla la prossima.

Più rosa di Barbie, più dark di Povere Creature. The Substance è un altro film considerato femminista. Ma sinceramente sono anche un po’ stanca di dare etichette. Io non penso che ci siano film che si rivolgono solo alle donne o vogliono far passare tutto il genere maschile come un mostro. Mi piace pensare che un’opera voglia lasciare un messaggio rivolto alla società, formata da donne e uomini. Non parliamo quindi di critica, ma vediamo il secondo lungometraggio di Coralie Fargeat come un invito ad aprire gli occhi, perché la società di oggi impone dei canoni sbagliati, spesso nocivi, che spingono la donna (ma anche l’uomo) a credere che esiste un modello di perfezione, che la bellezza è una qualità che si perde andando avanti con l’età. Il bello è costantemente ricercato, non solo dagli occhi maschili, ma anche da quelli femminili. Non è un caso che il programma di fitness di Sue, la versione più giovane e più bella sia più seguito rispetto a quello di Elisabeth. L’uomo è attratto dal corpo giovane e perfetto, ma la donna è ossessionata dall’idea di avere quel corpo giovane e perfetto. Allora diventiamo tutti complici di questo “mostro” che divora Elisabeth.

Questa fissazione per la perfezione e il bello sono complici delle scelte che Elisabeth è costretta a fare per tornare ad essere considerata, per non finire nel dimenticatoio. Per non essere sola. Ed ecco che il bello diventa disgustoso. Un senso di avversione causato dai morbosi primi piani sulle parti del corpo di Sue, scene che disturbano più del body horror, più delle siringhe che bucano la pelle, perché rappresentano tutto lo schifo della società, ma anche l’ossessione delle donne.

È impossibile non percepire tutta la sofferenza di Elisabeth, quasi diventa tua. Ti logora dall’interno e fa riemergere sensazioni che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita. Una sofferenza comune che emerge nella scena più forte di tutto il film. L’ex star si prepara per un primo appuntamento, indossa un bel vestito, sistema i capelli e si fa il trucco. Ma qualcosa attira la sua attenzione. Il confronto con Sue. Allora perché non provare a sembrare più giovane? Guance più rosee e lucido sulle labbra. Il confronto con la te stessa riflessa nello specchio. Cambi ancora quel trucco. E ancora il confronto con un corpo più giovane. Ti ritrovi di nuovo davanti uno specchio che riflette questa idea di realtà distorta, che marca quel concetto sbagliato che bello è uguale a giovinezza. Le lancette scorrono. Ma un’immagine distorta, che deforma il viso, fa crollare ogni certezza e allora torni davanti lo specchio e togli via il trucco con forza. Demi Moore non è più Elisabeth, ma assume il volto di ogni donna che si è sentita inadatta, diventa impossibile non percepire tutta l’emozione e il dolore di questa scena.

Gli uomini nel film sono il riflesso di questa marcia società, che guarda la donna, vista solo come un modello di perfezione, frame by frame. La telecamera si sofferma in maniera ossessiva sui particolari, utilizzando lo slow-motion per marcarle ancora di più. Gli uomini circondano Sue ed Elisabeth. Harvey, il produttore dello show, è colui che emette la sentenza. Un personaggio viscido, non solo nel comportamento che la Fargeat documenta in due scene molto simboliche come quelle del bagno e del ristorante. Ma anche per come percepisce l’essere donna: se sei “consumata” come Elisabeth, non ti resta che prendere in mano un libro di cucina; se non lo sei come Sue, le belle ragazze devono sempre sorridere. Tutto si riduce a cliché, se sei bella sorridi, se sei nervosa hai le “mestruazioni”.

A Demi Moore e Margaret Qualley viene affidato il difficile compito di portare sul grande schermo due realtà difficili da interpretare, sia prese singolarmente, sia prese in contrapposizione. Alla Moore viene chiesto di interpretare una donna di 50 anni che ormai non è più adatta ai canoni di bellezza imposti dall’industria dello spettacolo. Ha un confronto costante con Margaret Qualley, che deve mettere in mostra tutto ciò che il pubblico chiede: bellezza e gioventù. E se Demi Moore diventa il simbolo della paura di ogni donna, Margaret Qualley lo diventa dell’essere donna in quanto oggetto.

La creatura finale è allegoria di un ossessione che esplode a cui non c’è più rimedio. Ed è qui che il film ti mette a dura prova. Tu spettatore diventi complice delle risate o avrai il coraggio di guardare in faccia la cruda realtà?

The Substance è un continuo omaggio che Coralie Fargeat fa al cinema di genere e non solo: da Cronenbeg a David Lynch, i cineasti a cui più di tutti si ispira. Ci sono omaggi a Shining, Carrie, Frankenstein Junior, The Elephant Man, Psycho, Cenerentola e Society – The Horror. La Fargeat si conferma, per la seconda volta, uno dei massimi esponenti della new french extremity horror.


Scheda tecnica:
  • Titolo originale: The Substance
  • Genere: Drammatico, horror
  • Regia: Coralie Fargeat
  • Sceneggiatura: Coralie Fargeat
  • Casa di produzione: Working Title Films, A Good Story Productions
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Interpreti: Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Squaid
  • Durata: 140 minuti
  • Origine: Regno Unito, 2024
  • Data d’uscita: 20/09/2024
  • Data d’uscita italiana: 30/10/2024

2 risposte a “The Substance, di Coralie Fargeat”

  1. […] Demi Moore va il premio per la Miglior attrice in un film commedia o musical, per The Substance, e Fernanda Torres quello per la Miglior attrice in un film drammatico, mentre Anora rimane a mani […]

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