Dopo la vittoria della Palma d’Oro con Titane, Julia Ducournau torna a esplorare le inquietudini del corpo e la paura del diverso.


Julia Ducournau torna a Cannes, dopo aver vinto la Palma d’Oro con Titane nel 2021. La regista francese, al suo terzo lungometraggio, si concentra ancora una volta sul concetto di mutazione, un cambiamento fisico e psicologico continuo.


Trama:

Alpha è una tredicenne inquieta che vive sola con sua madre, dottoressa in una clinica specializzata. La loro quotidianità è sconvolta quando la ragazza torna da una festa con un tatuaggio “fatto in casa”, una A rozzamente incisa sul braccio. Il timore che la bravata l’abbia portata a contrarre un pericoloso virus inizia ad aleggiare nelle loro vite proprio mentre a casa loro compare lo zio tossicodipendente di Alpha


Alpha, la lettera scarlatta di Julia Ducournau

Alpha è un film dall’ambientazione sospesa: non ha un tempo né un luogo precisi. Non si tratta di un semplice espediente stilistico, ma di una scelta consapevole che conferisce alla storia un carattere universale. Se da un lato i richiami visivi evocano l’epidemia dell’AIDS, la malattia inventata dalla regista — che trasforma i contagiati in statue di marmo — ha un valore simbolico: non interessa tanto la patologia in sé, quanto il sentimento di paura e di stigma che si innesca ogni volta che una comunità si trova di fronte all’ignoto. Il vero cuore del film non è dunque la malattia, ma le reazioni delle persone: rifiuto, emarginazione, silenzio. Comportamenti che lasciano ferite profonde, destinate a tramandarsi di generazione in generazione.

Alpha, la protagonista, incarna questa paura collettiva. Nonostante la “A” tatuata sia solo l’iniziale del suo nome, come Hester Prynne ne La lettera scarlatta, anche Alpha è considerata una reietta, i suoi compagni la isolano, provano ribrezzo e la bullizzano a causa del suo braccio che sanguina.

Una sinfonia visiva che si perde nel rumore

Anche il dualismo visivo del film è una metafora dell’impatto che la paura ha avuto sulla società: il passato è rappresentato con colori caldi e saturi, che richiamano le vecchie fotografie della Kodak, a simboleggiare una società unita. Il presente, invece, è desaturato, freddo e quasi metallico, a riflettere una comunità frammentata, in cui ogni personaggio è prigioniero della propria solitudine.

Con Alpha, Ducournau affronta diversi temi oltre a quelli già menzionati, come la paura del sesso, l’eutanasia, il legame tra madre e figlia, ma questo tentativo di abbracciarle tutte finisce per disperdere la forza del racconto. La regista costruisce immagini potenti e simboliche, ma l’accumulo di temi rende la narrazione confusa, al punto che lo spettatore rischia di perdere il filo e uscire dal film più frastornato che coinvolto.

Tuttavia, ciò che mi sento di suggerire, è di non cercare spiegazioni ad ogni costo. Il cinema non sempre deve rispondere a delle domande, come in questo caso. Lasciatevi trasportare dalla bellezza delle immagini, dalle sensazioni che vi lasceranno inesorabilmente. Sarete spaesati, confusi, ma siate certi che Alpha saprà come catturavi, a patto che voi spettatori in primis, decidiate di stare al gioco e di lasciarvi ammaliare dalla potenza che ogni sequenza sprigiona, anche a costo di riporre un senso logico prettamente narrativo


Scheda tecnica:
  • Titolo originale: Alpha
  • Genere: Drammatico
  • Regia: Julia Ducournau
  • Sceneggiatura: Julia Ducournau
  • Casa di produzione: Petit Film, Mandarin & Compagnie, France3, Frakas Productions
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Interpreti: Mélissa Boros, Tahar Rahim, Golshifteh Farahani, Emma Mackey, Finnegan Oldfield, Louai El Amrousy
  • Durata: 128 minuti
  • Origine: Francia, Belgio

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