Le conferenze stampa che si sono tenute a Berlino e a Roma della serie tv The Good Mothers, diretta da Julian Jarrold e Elisa Amoruso. La serie è disponibile su Disney Plus. Continua a leggere Conferenza stampa di Berlino e Roma The Good Mothers


Era una storia che volevo raccontare

The Good Mothers è una serie che parla di donne, di donne che vivono sotto il potere del patriarcato e le rigide regole imposte dalle famiglie appartenenti alla ‘Ndragheta. Le good mothers sono Lea Garofalo, Giuseppina Pesce, Concetta Cacciola, donne che hanno avuto il coraggio di non rimanere più in silenzio, di opporsi alle proprie famiglie.

La serie, diretta da Julian Jarrold e Elisa Amoruso, ha vinto il Berlinale Series Award alla 73° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino ed è disponibile dal 5 aprile su Disney Plus.


Conferenza stampa Berlino

Come ha avuto inizio questo progetto, la scintilla che l’ha fatto partire e che cosa rappresenta questa storia per ciascuno di voi?

Julian Jarrold: È iniziata leggendo lo script di Stephen Butchard. Non conoscevo nulla sulla ‘Ndrangheta quindi mi ha aperto gli occhi. Mi sono reso conto di quanto questa organizzazione sia potente e soprattutto quanto sia presente, non solo nell’Italia del Sud, ma ovunque. Anche che avessero queste strutture familiari e sociali molto arcaiche. E la storia di queste donne, che hanno vissuto delle vite molto impressionanti e sono riuscite a sfuggire a questo mondo. Una storia assolutamente drammatica. Pensavo che potessimo cogliere l’autenticità di queste storie e che avrebbe funzionato bene come serie.

Elisa Amoruso: È stata un’esperienza incredibile perché, nonostante conoscessi la storia di Lea Garofalo e quella di Concetta Cacciola, entrare così tanto nel dettaglio come ha fatto questo giornalista, nelle loro vite e rendersi conto delle storie di queste donne, che poco tempo fa, siamo nel 2010, ancora vivevano all’interno di famiglie così oppressive, tanto da non poter neanche uscire di casa. Donne che non hanno scelto il proprio marito, che non hanno scelto di diventare madri e lo sono diventate a 15/16 anni. Quando si sono ritrovate nella posizione di dover scegliere se restare o avere il coraggio di rompere le regole di queste famiglie lo hanno trovato e ne sono uscite.. Appena ho letto la prima sceneggiatura ho capito che era una storia necessaria da raccontare. Era importante dare loro una voce e un pubblico il più ampio possibile. Avevamo tutti lo stesso obiettivo, raccontare la storia dal punto di vista di queste donne; quindi, non più raccontare la mafia dal punto di vista degli uomini, è stato un passo importante.

Stephen Butchard: Sono stato attirato da questa storia per il semplice fatto che erano persone ordinarie e hanno fatto cose straordinarie. Il coraggio estremo che hanno dimostrato queste donne. Il libro mi ha coinvolto subito, mi sono sentito subito connesso a queste donne e al coraggio che avevano dimostrato. Che cosa c’è realmente di ammirevole in queste persone? Che hanno trovato un modo per uscirne. Erano nella situazione più difficile che si potesse immaginare ma hanno trovato il coraggio e la forza per continuare ad andare avanti e perseverare. The Good Mothers è un titolo meraviglioso, perché loro hanno tratto la loro forza dai loro figli e lo fanno per qualcun altro da loro stessi. Era una storia che volevo raccontare.

Che cos’è stato emotivamente questo viaggio per tutte voi?

Micaela Ramazzotti: Sono orgogliosa perché Lea Garofalo ha fatto una cosa potentissima. È cresciuta nella paura, nell’omertà e nella ‘Ndrangheta è andata contro questa, anche se sapeva di fare quella fine. Però è riuscita a trasmettere quella libertà, quella indipendenza e quel coraggio alla figlia, che è riuscita a testimoniare contro il padre e contro le persone che hanno ucciso sua madre.

Simona Distefano: Ho sempre desiderato raccontare storie di donne coraggiose e in questo caso ancora di più perché sono lotte silenziose, sono storie che passano in secondo piano e spesso vengono dimenticate, avere la possibilità di raccontarle mi rende orgogliosa.

Valentina Bellé: Non conoscevo Giuseppina PesceConcetta Cacciola, conoscevo solo Lea, è stato un partire da zero. Non conoscevo a fondo neanche la ‘Ndrangheta. Prendere coscienza di una realtà così forte, andare in Calabria e guardare negli occhi delle persone che vivono li  e sentire dalle loro bocche, quando si pronunciava la parola ‘Ndrangheta, “ancora con queste favole? La ‘Ndrangheta non esiste”, mi ha veramente colpito. È stato un viaggio straordinario e terribile. Stavo riflettendo sul significato di “buone madri”. Fa di te una buona madre come tu ti relazioni a tuo figlio, oppure una presa di coscienza per se stessa, come per Concetta Cacciola, quindi una buona madre è anche una che lotta per la propria libertà e non per forza in relazione al proprio figlio.

Gaia Girace: Far parte di questa serie mi ha fatto aprire molto gli occhi sulla ‘Ndrangheta, perché è sempre stata mostrata dal punto di vista maschile, mentre questa volta viene mostrata dal punto di vista di donne vittime. Denise e le altre si sono ribellate. Spero che con questa serie riusciamo a dare un messaggio di speranza.


Conferenza stampa Roma

Questa serie offre un punto di vista inedito su un tema di cui pensiamo di conoscere tutto, è un tema che il cinema e la tv hanno raccontato spesso. Quanto questo vi ha ispirato ad approfondire e indagare in modo diverso il tema delle donne di mafia, di camorra, di ‘Ndrangheta, in cerca della propria libertà?

Julian Jarrold: È stato questo che ci ha affascinato la possibilità di raccontare dal punto di vista inedito quello femminile. Sono stati tanti i film e le serie tv che hanno visto le cose dal punto di vista maschile con una violenza spesso troppo esaltata. Qui invece abbiamo potuto raccontare questa storia con un’ottica nuova e diversa, avvicinandoci a queste figure femminili in pericolo. Un pericolo che però non si vede spesso in scena. È una forma di violenza nascosta. Quindi per noi era essenziale riuscire a catturare in qualche modo questa violenza. E poi il punto di vista particolare del PM che ha scelto proprio di lavorare sulle figure femminili per cercare in qualche modo di convincerle ad allontanarsi da mariti violenti,  da una vita tradizionale verso una possibile libertà, verso una soluzione diversa rispetto a quella vissuta fino a quel momento, in questi luoghi protetti, senza dimentica che il pericolo è sempre incombente e che quindi queste donne devono sempre guardarsi le spalle per la paura di una vendetta. Si tratta quindi di un tema molto potente che però ci ha permesso, proprio per questo, di raccontarla in maniera quanto più possibile semplice e realistica.

Elisa Amoruso: Fin dall’inizio sono rimasta molto colpita dal fatto che il mondo che Alex Perry racconta dentro questo libro mi sembrava un mondo lontano secoli per quanto riguarda la condizione della donna. Raccontava nel dettaglio le situazioni delle nostre protagoniste. Erano tutte donne sposate con uomini che non avevano scelto loro, spesso i loro mariti erano finiti in carcere e si ritrovavano soli a crescere dei figli, quasi tutte avevano avuto figli verso i 15/16 anni. Questo orizzonte in cui gli altri avevano deciso per loro, in cui queste donne non avevano avuto la possibilità di decidere il proprio destino, mi ha colpito molto. Dopo aver letto la prima sceneggiatura ho pensato che queste storie fossero necessarie, che bisognasse raccontarle. Come diceva Julian, quello che abbiamo cercato di fare è rivolgere l’attenzione a quelle che sono sempre state considerate l’anello debole, non solo dalla mafia ma in generale. Penso che questo anello debole pian piano non lo sia più. Quindi era forse arrivato il momento giusto di cambiare la prospettiva di questo racconto ed entrare all’interno di questa organizzazione criminale, che è la ‘Ndrangheta, senza glorificare la violenza di quelli che sono soprattutto i personaggi maschili e che spesso nelle altre serie che abbiamo visto sono dei personaggi a cui si da molto più risalto. Abbiamo cercato di rimanere più vicini alla realtà e all’intimità di queste donne.

Non a tutte le persone si può chiedere questo coraggio, il coraggio di tradire, di andare contro la famiglia, la comunità che è una cosa estremamente difficile. Voi che tipo di riflessione avete fatto, se in qualche modo avete compreso la loro difficoltà.

Valentina Bellé: Per quanto riguarda la nostra Giuseppina è una presa di coscienza molto dolorosa. È un sistema educativo e culturale in quello in cui crescono queste donne per cui rendersene conto non è assolutamente scontato. Giuseppina viene colta mentre sta con l’amante e secondo le regole della ‘Ndrangheta una donna che viene colta con l’amante devono morire, cosa che non vale per gli uomini. Anna Colace, che la fa incarcerare, in quel momento fa in modo che Giuseppina sia impossibilitata a tornare alla sua vita, perché sa perfettamente quale sarebbe la sua condanna. È stata una mossa terribile ma molto intelligente. Giuseppina è stata costretta a collaborare, non c’è stata una vera  e propria presa di coscienza autonomo, ma è stato un percorso molto doloroso. A darle la forza è stato il fatto che i propri figli venivano manipolati in sua assenza, soprattutto la figlia adolescente.

Micaela Ramazzotti: Lea Garofalo è stata testimone di giustizia, è nata e cresciuta nella ‘Ndrangheta e ne è stata anche vittima. Ce l’ha messa tutta per scappare. Purtroppo, non ce l’ha fatta ma in qualche modo ha dato forza e coraggio a sua figlia. Questa serie spero che in qualche modo incoraggi e dia il coraggio a tante donne, ma anche a tanti uomini, di ribellarsi alla violenza.

Che tipo di reazione c’è stata a Berlino da parte di un pubblico internazionale?

Elisa Amoruso: Durante la proiezione dei primi due episodi a Berlino, in sala c era un grandissimo silenzio. Questo è un buon segnale. Questo mi ha ricordato che spesso sul set si creava un bellissimo silenzio. Questo silenzio sul set e sulla sala mi hanno restituito la bellezza di un’emozione sincera. Penso che questa serie sia in grado di arrivare al cuore di chi la guarda, proprio perché le relazioni messe in campo, non sono quelle che ci si aspetta di solito da un racconto sulla mafia.

Francesco Colella e Andrea Dodero, come avete lavorato sui vostri personaggi e quanto è difficile restituire personaggi così negativi senza giudicarli?

Francesco Colella: Non sono d’accordo che non si possano giudicare certi personaggi, o almeno la riprova è il mio lavoro. Io ho provato repulsione per il personaggio che ho interpretato. A fine giornata avevo bisogno di rigettare via il personaggio per non rimanerne contaminato. Questo non mi condizionava ma mi lasciava una libertà maggiore di rappresentazione. Queste persone sono degli omuncoli, che non sanno chi sono finché non ordinano la morte, non coltivano sentimenti, confondono l’amore con il possesso e le loro relazioni hanno fini utilitaristici. Quindi io dovevo rappresentare un uomo di questo genere e dovevo farlo con il massimo delle mie possibilità. Il mio desiderio era quello di non innescare un processo di identificazione con il pubblico ne di seduzione, ma di repulsione.

Andrea Dodero: Questa è una serie crime, che racconta dei fatti criminali, ma non dal punto di vista del male come si vede spesso. Non spiccano i personaggi maschili, quindi criminali in questo caso. Nel mio caso, si sapeva molto poco di Carmine Venturino. Sicuramente ha delle fratture rispetto agli altri personaggi maschili, perché non è un principe della ‘Ndrangheta, era figlio di un pizzaiolo, ha fatto questo mestiere fino ad una certa età e poi chissà perché ha deciso di intraprendere questa strada. Ha aiutato tanto la sceneggiatura, perché per come abbiamo deciso di far correre Carmine e per come era scritto, andava in un’unica direzione, che era Denise. L’unica cosa che sono riuscito a trovare di Carmine di concreto è stata una vera e propria dichiarazione d’amore. Questo dice tanto di lui. Quindi abbiamo deciso di prendere una strada diversa da una mente criminale. L’abbiamo visto come un ragazzo che ha sbagliato, chissà se a posteriori avrebbe fatto quello che ha fatto.

Girando in Calabria, che cosa avete scoperto, c’è stata una risposta da parte di chi vive in quei territori?

Julian Jarrold: La decisione di girare in Calabria è stata importantissima perché eravamo alla ricerca di autenticità. Abbiamo girato in aree molto povere e abbiamo avuto un’accoglienza molto calorosa. Detto questo, quando ero in auto e giravo per la Calabria per trovare le aree dove poi girare, in certi momenti mi dicevano che dovevo rimanere a bordo perché sarebbe stato molto pericoloso, non so se questa era un esagerazione. Non abbiamo girato nel paese d’origine di Lea, ma in uno vicino che ci è stato detto che sarebbe stato più sicuro. Mi auguro che questo nostro lavoro possa gettare luce su qualcosa di veramente importante che merita di essere conosciuta.

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